# Come avviare un progetto di presenza, partecipazione e coinvolgimento (e poi raccolta fondi) che insiste su un solo quartiere?

> Melania, in un patto per i beni comuni con altre sette realtà, chiede come aprirsi al quartiere. La risposta: prima l'accordo tra interessi diversi (organizzazioni, singole realtà, persone), poi l'ascolto del territorio, e solo dopo la raccolta fondi.

- Formato: Guida
- Argomenti: Comunità locale, Organizzazione e dirigenti
- Pubblicato: 4 marzo 2017
- Autore: Riccardo Friede
- Indirizzo: https://fundraisingkmzero.it/domande-risposte/come-avviare-un-progetto-di-presenza-partecipazione-e-coinvolgimento-e-poi-raccolta-fondi-che-insiste-su-un-solo-quartiere
- Licenza: CC BY-NC 4.0, citando Fundraising Km Zero

## DOMANDA

**Ciao Riccardo,**

**l'organizzazione di cui faccio parte si sta trasformando in un patto per i beni comuni per gestire insieme a altre sette realtà uno spazio che il comune ci ha dato in concessione.**

**Oltre a trovare l'accordo tra di noi per definirci come entità unica (e già questo è molto complesso), dobbiamo stabilire regole e strategie comuni di lavoro sull'organizzazione, sulla gestione dello spazio, sulla comunicazione e sul fundraising (saremo seguiti da una consulente).**

**Ora dobbiamo fare un lavoro importante per aprirci al quartiere.**

**Pensavamo di fare un'indagine per capire cosa vorrebbe trovare il quartiere in quello spazio, come lo immagina etc. Francamente non so da dove cominciare e neppure se è la strategia giusta o se è necessario fare tutt'altro lavoro in questa fase.**

**Grazie per ogni più piccolo suggerimento che mi darai!**

*\- Melania -*

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## RISPOSTA

Ciao Melania, bella domanda. E sai che la risposta non è facile?

Si, perché una cosa è dire: hai tutti i tasselli di fundraising e marketing ma disordinati, quindi ecco come metterli a posto per fare raccolta fondi.

Un'altro paio di maniche invece è **lavorare sui processi organizzativi, che richiedono di applicarsi su materie dove il calcolo matematico e le previsioni contano molto poco**, come:

-   la sociologia delle organizzazioni
-   la psicologia delle organizzazioni
-   la psicologia degli singoli che ne fanno parte

E infatti tu apri dicendo: già è difficile trovare un accordo tra 7 realtà che ormai devono definirsi come un'unica entità. Ma **perché è così difficile?** Perché quando c'è da mettersi d'accordo, bisogna sempre valutare che si sovrappongono questi livelli:

-   **il livello degli interessi delle organizzazioni** (al plurale), le quali possono avere ispirazioni e finalità analoghe, ma maniere molto diverse di intendere il come, il cosa e il perché
-   **il livello degli interessi della singola organizzazione**, che decide collegialmente facendo sintesi di tensioni differenti... cioè, la singola organizzazione di solito non decide all'unanimità!
-   **Il livello degli interessi degli individui che fanno parte dell'organizzazione** e che partecipano ai processi decisionali, ma che possono farlo senza convinzione, o decidono a favore di scelte che personalmente non condividono, o che intimamente disapprovano

Tradotto sul vostro caso: a trovare accordo, sinergia e regole... hai voglia! Il che da un parte è una difficoltà normale, dall'altra è una sfida enorme. Ci saranno **piccole regole da condividere** (es: orario limite di apertura degli spazi) e **grandi contrasti da dirimere** (questa tipologia di persone può o non può accedere agli spazi?).

**L'esempio più eclatante è quello dei consorzi di cooperative sociali**: nascono per fare filiera o distretto di produzione e servizi... e questo vorrebbe essere un mettere in comune e spingere assieme in una direzione, ma poi molto più spesso si risolve in uno condividere occasionalmente degli spazi, suddividere dei costi, fare economie di scala, centralizzare alcune funzioni aziendali e servizi e continuare ognuno a farsi gli affari propri.

Per fare davvero un viaggio assieme, **servirebbero timonieri impavidi ai posti di guida di ogni organizzazione**, capaci di ricevere il consenso dei loro equipaggi, ispirati dalla personalità genuina e carismatica di una o due persone che si sobbarcano il bello e difficile ruolo di Guide da qui al futuro... Cose che esistono e si vedono in giro per carità, ma... poche!

Ora, andiamo al sodo: **come si fa a risolvere la prima parte, quella organizzativa?**

L'esperienza a me insegna che proprio non ci sono formule magiche e la cosa ideale sarebbe quella di investire in un **percorso di accompagnamento da parte di coach o counselor veramente preparati**.

Non sto parlando di motivatori (statene alla larga, non servono assolutamente a nulla), ma di professionisti capaci di lavorare sui due livelli, che riassumiamo in:

-   **il singolo individuo**, che può essere un lavoratore o un volontario
-   **il gruppo, sia che parliamo della singola azienda o dell'insieme delle sette aziende**

Una simile figura ha la funzione di accompagnare i singoli e i gruppi ad **imparare a lavorare assieme**, non solo a livello di empatia e buoni intenti, ma anche (e soprattutto) di **flussi di lavoro e procedure organizzative**.

Fare sinergia tra aziende significa o se no altro dovrebbe anche significare **rivedere gli organigrammi aziendali in funzione di un più ampio organigramma di gruppo** (torna sopra di qualche riga per i benefici che ne conseguono).

Cosa succede quando si avvia un percorso di questo tipo?

Che la gente sbrocca, scazza e si impermalosisce, allora **il coach o consuleor capace riesce anche a lavorare su questi aspetti di psicologia delle organizzazioni e degli individui**, non per fare psicoterapia :) , ma per agire sulle **dinamiche di mediazione del conflitto e questo, al di là del tamponare l'emergenza, diventa patrimonio culturale e professionale dell'organizzazione** ("come si lavora assieme verso un obiettivo").

Alla fine resterà sempre che chi odia qualcuno continuerà a farlo e che ama qualcuno continuerà a farlo. E su questo, non può essere evidentemente un approccio orientato all'azienda a dare i miglioramenti, ma piuttosto all'individuo, che però deve muovere il primo passo da solo, rivedendo una serie di esperienze personali (sto dicendo che: qui non c'è un cacchio da fare e non è caso di disperdere energie dell'organizzazione in queste situazioni estremamente personali, che se guardi bene poco o nulla hanno a che fare con l'ambito aziendale!).

E ora passiamo al quartiere. **Il quartiere, assolutamente, va coinvolto!**

Cosa state facendo voi prendendo casa in quel quartiere? Partecipando alla **generazione di welfare per la microcomunità locale che lo abita**.

Quindi, prendiamo la questione alla rovescia: **cosa rischiate a NON coinvolgere il quartiere nella progettazione della vostra presenza lì?** Possiamo elencare che:

-   non capirete **quali sono i bisogni reali e dichiarati di chi abita il quartiere**
-   non capirete quali sono **i desideri reali del quartiere**
-   non saprete quali **progettualità formali** (di organizzazioni private o pubbliche) **o informali** (di gruppi di cittadini, o di singoli individui) sono già passate di lì negli anni per rispondere al soddisfacimento dei bisogni e desideri di cui sopra
-   non conoscerete quali sono **le risorse già presenti nel quartiere**, che sono risorse **già attive** nel soddisfacimento dei bisogni e dei desideri **oppure attivabili** in quella direzione
-   non conoscerete **la storia, gli stili, le tradizioni, il gergo** della comunità che popola quel quartiere
-   non saprete **chi sono i veri “influencer”** del quartiere: a volte ha senso parlare “con tutti”, a volte coi pochissimi che davvero sono la voce di interessi comuni
-   sarete facilmente percepiti come **alieni atterrati “a casa mia”**
-   sarete facilmente percepiti come **aziende fornitrici di servizi**, proprio come un gioielleria, un panificio, un'agenzia di private banking...
-   sarete facilmente confusi e identificati con **una propaggine dell'ente pubblico**, mentre voi avete storie personali e aziendali che motivano la vostra presenza in quel quartiere

Il danno più grave del NON coinvolgere la comunità del quartiere nel definire cosa fare nel spazio comune che gestirete, **è progettare dei servizi (non importa che siano gratuiti o a pagamento) che non hanno "mercato" (o "utenza").**

La soluzione ottimale quindi è effettivamente **iniziare a indagare su cosa vuole il quartiere e capire cosa potete offrire di coerente a partire dalla risorse interne al vostro gruppo di aziende** (vuol dire: non create nulla di nuovo, ma re-impaginate quello che già c'è, in termini di competenze, persone, progettualità attive o concluse), quindi capire **che ruolo attivo di cogestione può avere l'abitante del quartiere**, come volontario o prestatore d'opera occasionale.

Quanto all'**indagine: DOVETE condurla**!

Il quartiere in ogni caso sarà popolato già da **microrealtà e centri di aggregazione che devono essere i vostri primi interlocutori**, le vostre fonti di conoscenza, senza le quali avete già perso.

**Loro vi possono letteralmente insegnare a stare nel quartiere**, sono loro che vi possono indicare chi sono le persone e realtà chiave da sentire, sono loro che possono aprirvi al quartiere e alle sue tante piccole comunità di portatori di interessi. Sono loro che quando farete “chiamata alle armi, abbiamo un centro da mostrarvi!” **porteranno la gente a visitarlo** e sono loro che in quell'occasione **devono avere il ruolo dei protagonisti**.

**Voi fate da collante, da nodo di rete, da promotori, ma non vi arrogate (e non potrete farlo per un bel po') il ruolo di “guide del quartiere”**. Anzi, avere questa pretesa è la maniera più veloce di essere rigettati dal quartiere (che ha i suoi "anticorpi")!

La vostra faccia pubblica dovrà essere quella del “Centro XYZ del Quartiere” e non “Noi siamo quelli del gruppo di organizzazioni” o del “Centro XYZ che appartiene a 7 organizzazioni”.

**Voi siete ospiti cordialissimi e impegnatissimi a rendere omaggio alla lunga vita del quartiere, siete al suo servizio**. Ripeto: questo vuol dire portare il quartiere dentro la progettazione e gestione del centro.

Diversamente, sicuramente avrete un centro da gestire, ma difficile da riempire di contenuti e di frequentatori per mooooolto tempo.

Chiusura: sai **cosa vogliono gli enti di erogazione su questi progetti, ben disponibili a metterci tanti bei soldini?** Co-progettazione, co-gestione, economie circolari di comunità, parternariati ampi e di lunga durata... insomma, **l'esatto contrario di aprire il “nostro centro” a casa d'altri**! ;-)

Chiusura delle chiusure: in una progetto del genere, **le donazioni dagli abitanti arrivano come conseguenza di tutto questo lavoro di presenza generosa, attenta, coinvolgente e disponibile nel quartiere**.

E, togliendo di mezzo banchetti, pesche e lotterie e altro di simile (che schifo non fa, anzi, fateli! Ma non è propriamente una donazione...) **le** **donazioni arriveranno quando le persone vi saranno riconoscenti di essere lì con loro**.

Un caro saluto, fateci sapere come vi muoverete!

\- Riccardo Friede -

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**ATTENZIONE, ATTENZIONE!** Le risposte offerte attraverso la sezione “Domande & Risposte” di questo blog non costituiscono mai una consulenza specifica. I casi vengono esaminati rapidamente attraverso le informazioni trasferite da chi fa la domanda e da quanto reperibile online. Le risposte sono quindi quanto possibili puntuali, ma hanno necessariamente un carattere generale, anche per offrire spunti ad altre organizzazioni e interessati.
