#Socialchangers: profit o non profit fare una scelta è necessario?

#Socialchangers: profit o non profit fare una scelta è necessario?

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Articolo scritto con The Good Social.


A settembre 2022 con una sana dose d’incoscienza e di coraggio prendeva il via #socialchangers che si poneva come obiettivo quello di essere un modo nuovo di guardare a quello che sta accadendo nel Terzo Settore, alle sue trasformazioni, alle sue sfide.

Per la prima volta, #socialchangers l’ha fatto dando voce a quelle generazioni, Millennials e Gen- Z, che sono entrate in questo settore non solo da volontari ma anche, e soprattutto, da professionisti, e lo osservano con lenti diverse: quelle da fruitori dei mondi digitali e di coloro che vivono quotidianamente sul confine tra non profit e informalità e di non profit e profit.

L’ultimo appuntamento ci ha proprio riportato qui, a chiederci se è sempre necessario fare una scelta. Se è sempre necessario trovare una definizione, uno schema in cui rientrare. A parlarne con noi un team di speaker tutto al femminile: Elena Redini (Donor Italia), Mara Moioli (Italia Non Profit) ed Elisa Bacchetti (Socialfare), a guidare la conversazione con domande e spunti Marta Etrelli e Isabella Lalli.

Il ricambio generazionale che vi è stato negli ultimi anni tra le persone del non profit, gli strumenti sempre più digitali e diversificati e le nuove esigenze che si sono poste stanno trasformando un intero settore. E, sebbene vi siano resistenze, è illogico pensare che un settore fatto di quotidianità, di vita e di realtà non cambi. Non sarebbe vita.

Per mantenere il file rouge con gli appuntamenti precedenti si è partiti dal contesto. Lo scenario è diviso in maniera molto netta, da un lato abbiamo una Riforma fatta di definizioni e schemi che provano a normare in maniera rigida, e a volte un po’ anacronistica, il non profit italiano. Dall’altro abbiamo una modernità fatta di sfide e di nuove esigenze: dalla crisi climatica, alle nuove povertà cui il Terzo Settore è chiamato a rispondere e che creano un crescente bisogno di innovazione e non lo fa sempre rispondendo a paradigmi conosciuti e definiti.

Le due grandi variabili che si legano a questo scenario sono: il ricambio generazionale e la professionalizzazione. Se, come emerge dalle ricerche illustrate da Elena Redini, ci troviamo di fronte a un Terzo Settore che ha voglia di innovarsi e di crescere, dall’altro lato fa molta fatica a farlo. Gli enti del non profit giocano un ruolo fondamentale che come sostenuto da Elisa Bacchetti, per necessità inizia ad avvalersi di figure mutuate dal profit e che portano a nuove strategie e nuovi strumenti che non sempre sono pronti ad accogliere e fare propri. Tuttavia come evidenziato da Mara Moioli:

“Il Terzo Settore, purtroppo, non è sufficiente a rispondere alle sfide globali che stiamo vivendo, è abbastanza naturale iniziare a pensare come riuscire a facilitare un dialogo e una collaborazione effettiva tra le diverse anime, i diversi soggetti giuridici, del mondo che possono impattare positivamente”

E anzi, la presenza di alcuni attori, di competenze condivise e di confini sempre più labili si fa sempre più presente e forse è il momento d’iniziare a riconoscerli e comprenderli.

Tante aziende, infatti, hanno intrapreso una strada volta alla sostenibilità scegliendo cause e percorsi aziendali molto forti.

“Il profit sarà chiamato a muoversi sulle tematiche sociali” ci dice Elisa Bacchetti e pensando a delle cause che potrebbero diventare appannaggio del profit per questioni legate a fondi e strumenti continua “per quanto riguarda le cause classificabili più da profit sicuramente vi sono i temi legati agli ESG (Enviromental, Social and Government). Da un lato le aziende iniziano ad avere degli obblighi in questo senso, dall’altro soprattutto nel caso di start up gli investitori cercano sempre più realtà che creino impatto tant’è che rientra tra gli indicatori”

E’ il non profit però ad avere il complesso compito di guidare e spiegare a chi arriva dall’altro lato come affrontare il mondo delle cause sociali, aiutandoli a leggere i bisogni e a indirizzare l’intervento. Un esempio lampante di questa necessità è evidenziata da Elena Redini: le imprese spesso hanno le risorse ma mancano di competenze. 

“Il problema del profit quando opera nel Terzo Settore qual è? La mancanza di professionalità su questo specifico tema” continua Elena “ tante volte quindi l’attività di Corporate Social Responsability viene rimandata al responsabile delle risorse umane o della comunicazione”

La scelta di sostenere una causa sociale in molti casi è legata a uno slancio filantropico ma in altri, è indubbio, porta anche a numerosi vantaggi come quelli in termini di posizionamento, vendite e fiscali. 

In #Socialchangers questo tema è uscito a più riprese evidenziando il bisogno, da parte degli attori non profit, d’imparare a riconoscere e arginare i fenomeni di washing e tokenism.

Tornando al tema delle competenze, in questi ultimi anni è rintracciabile una tendenza molto particolare: tra le fila del profit stanno facendo il loro ingresso professionisti del Terzo Settore che permettono quindi una migliore gestione delle cause sociali in seno all’azienda e la possibilità di amplificare l’impatto dell’operato.

Eppure, se gli obiettivi sono gli stessi tra i due mondi, quello del profit e quello del non profit continua a esservi una grande discriminante: la sostenibilità economica. Se da un lato per il profit si traduce in bisogni di mercato, il non profit ha invece la possibilità di rispondere anche a quei bisogni “antieconomici” per definizione. Come? A differenza di un’azienda, oltre a poter “vendere”, può anche raccogliere divenendo così l’ente più titolato a traghettare tutti verso un modo diverso di fare innovazione come evidenziato da Mara Moioli.

E proprio in merito a questo, torna alla mente in maniera facile e immediata come il Terzo Settore sia l’unico attore in grado di intervenire in contesti complessi ed emergenziali, come dimostrato da pandemia e guerre, in antitesi ad altre realtà più pachidermiche e polverose.

A questo si aggiunge un’osservazione di Elena Redini: il non profit rimane un player fondamentale, nonostante gli investimenti inadeguati, si è riappropriato molto velocemente del proprio spazio nell’era post Covid e grazie alla sua capillarità riesce a raggiungere e coinvolgere tutti. E’ in questa dimensione che entra in contatto con le realtà che nascono dal basso e che prendono a cuore determinate cause, un esempio ne sono i Friday’s For Future, ma che risultano meno strutturate e rigide rispetto a esso.

Se da un lato vi è un primo tentativo di studio e di contaminazione di queste realtà, Elisa Bacchetti si chiede perché alcune cause, per gli attori che le rappresentano debbano essere escluse dalle possibilità e dalle risorse che invece potrebbero mettere in campo le imprese.

E’ proprio qui che si colloca il ruolo di intermediario che gli enti del Terzo Settore si trovano ad avere, guidando un processo volto alla scelta dei meccanismi di attivazione positivi provenienti dai diversi scenari così da dare a tutte le cause le stesse possibilità.

La contaminazione di mondi è evidente e lo dimostrano ancor di più i professionisti. Se da un lato il profit si munisce di figure provenienti dal non profit questo denota una difficoltà del Terzo Settore nel rimanere attrattivo. Il discorso si complica quando si toccano due tematiche focali: stipendi e contratti. Da un lato c’è chi pensa che i professionisti del Terzo Settore siano figure da tutelare affinché lavorino bene e dall’altro c’è chi vede nei costi di gestione ancora il male assoluto. Ancora una volta torna il tema delle professionalizzazioni, chi costituisce il Terzo Settore e lo rende reale dovrebbe avere possibilità di formazione, agevolate dalle realtà stesse, perché come diceva Ambrogetti nel primo incontro di #Socialchangers “Non si vive di buone cause”.

Arrivati a questo punto fare una scelta diventa difficile: da un lato c’è una difficoltà ad appropriarsi di una professionalità e di un ruolo quasi di “guida” per l’indirizzo dei bisogni della contemporaneità, dall’altro ci sono  attori, che hanno strumenti e risorse, ma faticano a imboccare la strada giusta.

Forse non c’è bisogno di fare una scelta, forse è necessario trovare il giusto mezzo. 

Tante realtà non profit nascono dal basso, guidati dalla buona volontà ma, a un certo punto, costituirsi e strutturarsi diventa una necessità. Diventa una necessità proprio per far sì che il bisogno individuato possa crescere ed essere tutelato. Perché quando si sceglie una causa, per mantenere fede a quel tacito patto di fiducia e di sostegno fatto con gli utenti, il bisogno non deve esaurirsi in sé stesso ma deve essere portato avanti nel tempo garantendolo con strumenti e competenze.

Ed è forse proprio in quel tacito patto che tutti gli attori si incontreranno perché, come dice un vecchio adagio: se le formiche si mettono d’accordo possono spostare un elefante.

 

Jessica Ambrosino & Sara Ferro – Ideatori e organizzatori di #Socialchangers

Instagram the Good Social

Isabella Lalli – Ideatrice e organizzatrice di #Socialchangers

isabella.lalli@officinebuonecause.it

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