# Non ce la faremo mai. O forse...

> Riccardo Friede si irrita per la convinzione comune che chi lavora nel non profit debba soffrire e per i miti sul settore. Sostiene che il terzo settore è colonna portante del welfare, non un supplente dello Stato o un hobby, e che divulgare è faticoso ma tocca a chi ci lavora.

- Formato: Opinione
- Argomenti: Lavorare nel fundraising, Comunicazione
- Pubblicato: 15 giugno 2012
- Autore: Riccardo Friede
- Indirizzo: https://fundraisingkmzero.it/lavorare-nel-fundraising/non-ce-la-faremo-mai-o-forse
- Licenza: CC BY-NC 4.0, citando Fundraising Km Zero

Anche a te almeno una volta sarà capitato di pensare che **lavorare nel non profit mica è tutto rose e fiori**. Ci ho beccato? Sono quasi sicuro di si. Ma lasciamo un attimo perdere la questione delle retribuzioni; lasciamo perdere anche il topic "managerialità"; lasciamo perdere pure le misure pubbliche a sostegno del settore, la crisi e tutto il resto.

Invece, **concentriamoci su come il non profit viene percepito oggi annus domini 2012.** Ecco, le spine più grosse della rosa io le sento pungere quando chiacchierando si passa a parlare di quel che faccio: **la fiera dei miti, dei pregiudizi e dei luoghi comuni**. Oh, chiaro: ogni settore e ogni occupazione ha i suoi, mica che chi lavora nel terzo settore sia la vittima sacrificale. Ma quel che a volte trovo irritante é quel **pensiero piuttosto comune**, figlio dei miti, pregiudizi e luoghi comuni di cui sopra, che esprime la convinzione che **s****e lavori nel non profit, devi soffrire.**

<table><tbody><tr><td>Prima di addentrarti nella lettura, ti avviso che oggi venerdì 15 giugno dalle 20:30 circa<strong> su Twitter potrai seguire la diretta del <a title="assif associazione italiana fundraiser triveneto" href="http://www.assif.it/index.php/component/k2/item/226-15-giugno-nuovo-appuntamento-del-gruppo-triveneto">terzo ritrovo del Gruppo Triveneto Assif</a></strong>. Stasera cerca e usa l'hashtag<strong> #assif3v</strong> !</td></tr></tbody></table>

Il titolo di questo post è ripreso [pari pari da quello di un articolo recente dell'ottimo blog di Davide Pozzi](http://blog.tagliaerbe.com/2012/06/non-ce-la-faremo-mai.html). In soldoni, in quell'articolo Davide si arrende di fronte all'impossibilità di mettere in sinergia politica e tecnologia. **In questo post io** (quasi) **mi arrendo di fronte all'impossibilità di mettere assieme la realtà del terzo settore con la ricostruzione che ne viene tramandata.**

Tutto parte da due articoli a firma di Achille Saletti, in cui il giornalista [prima affronta il tema del gap retributivo tra profit e non profit](http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/01/stipendi-dei-manager-tra-profit-e-non-profit/248905/), poi spiega che [lavorare nel non profit e fare volontariato non è la stessa cosa](http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/05/il-no-profit-non-e-gratis/253078/) (sigh!). Bene, **il succo sta qui:** nei commenti dei lettori, che tra "troll", cittadini più o meno informati e detrattori rispecchia benissimo **quale sia la consapevolezza sulle caratteristiche del terzo settore e quale sia la considerazione di cui, di riflesso, gode chi ci lavora**.

Partiamo con:

Questo da parte di chi ha la "sua fondazione". Ma allora continuiamo su **toni hard** con:

E ancora (sigh) **facciamoci del male** (tanto nel non profit funziona così, no?):

Poi però, per pausa lenitiva, sentiamo la voce di uno che si è preso una bella lezione a causa della sua **smodata ingordigia**:

E quindi, diamoci il colpo di grazia con questa **perla indimenticabile**:

Prezioso. Un nichilista socialista e pure col beneficio del dubbio.

**Bene, sarà una piccola parte degli italiani ad averla recepita così, ad averla interpretata così, a raccontarla così? No, io dico: purtroppo no**: l'attesa é che chi lavora nel non profit debba produrre il massimo del risultato col minimo dei mezzi e essere disponibile a ricevere ogni tipo di ingiuria, critica e richiesta perché "le onlus - *e anche qui...* - se vogliono fare una cosa o la fanno al massimo o non la fanno per niente", perché **se ti proponi alla comunità per qualcuno (e non pochi) devi diventarne il servo anziché esserne al servizio**.

E poi, **non so te, ma io vivo la difficoltà (reale) di far capire che lavoro faccio,** non perché sia complicato descriverlo, ma perché gli schemi mentali ormai costruiti son proprio difficili da rompere; di dover precisare ogni volta che dove lavoro si, sono pagato e che no, non sono un volontario; che anche se sono volontario da una parte poi faccio quasi la stessa cosa come dipendente dall'altra e che tutto questo è compatibile e normale; che una società e un'associazione sono due cose diverse; che quando ti chiedo una donazione non ti sto fregando per forza di cose; che non serve ogni volta aggiungere "*Si, ma chissà poi che fine faranno...*"; che se lavoro nel sociale questo non vuol dire che non esistano sabati, domeniche e giorni di ferie; che se un giorno sono nervoso non sto tradendo un qualche codice etico; che non faccio "un lavoro strano", se ci perdessimo 2 minuti a scoprirne i contenuti, e potrei andare avanti così ancora tanto.

A dirla come l'ho detta fino ad adesso, la risposta alla domanda: **"Ce la faremo a far capire cos'è e come funziona il non profit?"** può essere solo "Non ce la faremo mai".

**O forse... proprio noi che nel non profit ci lavoriamo, possiamo cominciare a cambiare le cose facendo uno sforzo in più: quello di divulgare**. Il che comporta prendersi pesci in faccia, incazzature astronomiche, consolazioni, delusioni, rivincite, pause di riflessione, infine delle belle soddisfazioni. Dall'opera di divulgazione dipende il **far comprendere che il terzo settore non è supplente dello stato o un hobby o un essere strisciante, bensì colonna portante del sistema di welfare** (sanità, sociale, cultura, ambiente... tutto) **e così i suoi lavoratori**.

Si, **divulgare è una faticaccia**. Ma del resto, **se non lo facciamo noi per primi, chi altri dovrebbe mai farlo?**
