In che modi le piccole organizzazioni possono competere con le grandi realtà, quando si parla di conquistare l’interesse e la fiducia dei donatori?
Evidentemente i modi sono tanti, ma sempre più, specialmente quando ci rapportiamo con donatori istituzionali o che si presentano con la veste di imprese, fondazioni o singoli individui intenzionati a fare grandi donazioni, la capacità di dimostrare la qualità dell’impatto generato dagli enti sta diventando un fattore decisivo, se non essenziale.
Quando si parla di “dimostrare l’impatto”, purtroppo spesso si finisce a parlare di aria fritta, discutendo di modelli teorici, difficili da comprendere e quasi impossibili da applicare.
Fortunatamente, la curiosità ci ha portati a conoscere Luca Stocco e il suo progetto “Benefficienza“. Loro ribaltano la questione: partiamo dai donatori e dalle buone pratiche di “effective giving”, e comprendiamo come questa disciplina possa mettere anche gli enti più piccoli nelle condizioni di diventare competitivi e attrattivi nell’arena affollata e chiassosa del fundraising!
Ciao Luca! Partiamo a molla: tu ti occupi di “effective giving”. Provo a dirlo semplice: “donare in modo efficace”. Ci dai una definizione migliore di questa?
Quando parliamo di “effective giving“, l’idea è usare le migliori evidenze statistiche disponibili per generare il massimo impatto positivo attraverso le donazioni. Questo è cruciale, perché alcune organizzazioni benefiche hanno un impatto positivo anche 100 volte maggiore rispetto alla media.
In particolare, perché questo dovrebbe interessare le piccole e medie organizzazioni italiane? Luca, aiutaci a capire!
Il fatto più importante da interiorizzare è che ci sono differenze enormi tra diversi modi per fare del bene. A parità di tempo e denaro investiti, alcuni generano un impatto positivo centinaia se non migliaia di volte maggiore.
Dato che non abbiamo abbastanza risorse per risolvere subito tutti i problemi del mondo, è utile concentrarsi sugli interventi più costo-efficaci. Per farlo, le piccole o medie organizzazioni possono considerare attentamente:
- La scelta del problema da risolvere, magari attraverso questo framework sviluppato presso l’università di Oxford.
- La scelta delle modalità di intervento, magari attraverso una solida teoria del cambiamento (TDC) basata su evidenza scientifica e assunzioni plausibili.
- Un sistema di monitoraggio, per verificare le assunzioni dalla teoria del cambiamento, e un sistema di valutazione, per verificare l’impatto generato.
Ancora più in particolare, perché dovrebbe interessare chi fa fundraising e cura dei donatori? Che applicazioni pratiche puoi suggerire?
Purtroppo, non è scontato che tutto il fundraising abbia esiti positivi. Per chi lavora in questo ambito, è quindi essenziale assicurarsi che i fondi raccolti producano un impatto positivo reale, evitando il rischio di sostenere interventi inefficaci o addirittura dannosi.
Inoltre, le valutazioni d’impatto, specie se indipendenti, offrono un forte segnale di trasparenza e affidabilità, aumentando la fiducia dei donatori e riducendo il rischio di sprechi.
Che tipo di autocritica costruttiva l'”effective giving” può suggerire alle piccole e medie organizzazioni?
Il “mercato” della beneficenza rischia di essere poco efficiente. A differenza dei clienti delle aziende, i donatori non percepiscono immediatamente la “qualità del prodotto”, cioè l’impatto delle loro donazioni. Spesso, le uniche informazioni che i donatori ricevono derivano dal marketing dell’organizzazione stessa. Questo può far sì che degli enti continuino a raccogliere fondi e operare anche in assenza di un impatto significativo, se sono bravi a promuoversi.
Le valutazioni d’impatto – specialmente se condotte da valutatori indipendenti – aiutano a riallineare gli incentivi, mostrando in modo trasparente il costo e i risultati dei programmi.
Luca, lasciaci delle raccomandazioni finali sulle buone pratiche di “effective giving” da integrare nelle strategie dei nostri enti
A livello dell’ente, è importante mantenere una mente aperta e riconoscere che potrebbero esserci interventi più costo-efficaci rispetto a quelli attuali. Cercare attivamente queste opportunità può moltiplicare notevolmente l’impatto generato con le risorse disponibili.
A livello del settore non profit, sarebbe auspicabile vedere un aumento delle valutazioni indipendenti basate sull’impatto, fornendo così ai donatori la possibilità di fare scelte informate. C’è ancora tanta strada da fare!
Grazie Luca! Ora raccontaci di te e di Benefficienza…

Ho seguito un percorso multidisciplinare, con una triennale in Scienze e Tecnologie Multimediali, una magistrale in Politics, Philosophy and Public Affairs, e un’esperienza formativa nell’incubatore di Ambitious Impact, spesso definito il Y Combinator del non profit.

Ho fondato Benefficienza per portare le pratiche dell’effective giving in Italia. Siamo una non profit con la missione di aiutare chi dona a fare più bene possibile, fornendo consulenze e consigli di donazione basati su studi scientifici e analisi di valutatori indipendenti.
Benefficienza si basa sulle ricerche di GiveWell per aiutare i donatori a fare scelte informate.
Ancora un ringraziamento a te Luca per gli approfondimenti e il tempo che hai dedicato alla comunità di chi fa raccolta fondi “nel piccolo”. Qui alcune risorse per chi vuole approfondire:
- Video divulgativo di Benefficienza: “Stai sprecando il 99% della tua generosità?”
- Articolo tratto dal sito di Beneficcienza: “Molti di noi possono salvare la vita di un bambino, se ci affidiamo ai dati migliori”
- Grafico: Fonte: Max Roser (2024) – “Many of us can save a child’s life, if we rely on the best data”.
