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LAVORARE NEL FUNDRAISING: CONTRATTI, LIBERA PROFESSIONE, RETRIBUZIONE E PREVISIONI DELLA RIFORMA

Grazie di cuore ai nostri speaker Marco Chiesara, Michela Gaffo, Diego Maria Ierna, Silvia Superbi, Francesco Tedeschi per la disponibilità e il contributo a questa iniziativa.


“Non mi sento più solo/a”

Questo il commento di tantissimi fundraiser e tantissime fundraiser dopo l’evento del 27 aprile “Lavorare nel fundraising: tra contratti, libera professione, retribuzioni e previsioni di riforma” che ha visto partecipare 70 professionisti/e del Terzo Settore tra dipendenti, freelance, volontari e membri di board.

Parlare di lavoro e fundraising non è mai facile: questa difficoltà è dovuta alla mancanza di una normativa giuslavoristica chiara e univoca; nell’informalità ben più che entro i confini di un quadro definitorio, il ruolo, le competenze e le mansioni della figura del fundraiser si declinano in modi del tutto diverso a seconda della sede di riferimento; parlare di retribuzione è necessario, ma è la libera interpretazione a dominare la scena.

Questo evento che parla di lavoro e raccolta fondi, ha visto al tavolo dei relatori:

  • Marco Chiesara, presidente di Weworld e avvocato giuslavorista
  • Michela Gaffo, delegata ai Servizi ai Soci di ASSIF
  • Diego Maria Ierna, co-founder Job4Good
  • Silvia Superbi, presidente EU Consult Italia
  • Francesco Tedeschi, consulente del lavoro ed esperto di Terzo Settore

Diego Maria Ierna ha aperto l’incontro guidandoci attraverso una panoramica degli annunci di lavoro che passano dalla piattaforma Job4Good, focalizzandosi sull’ambito del fundraising.

Si presenta un trend in crescita, il fundraiser è tra le prime professioni ricercate, per un totale di 333 vacancy nel 2022. Su queste 333 posizioni, la contrattualistica offerta è molto varia, e il 21% delle offerte non definisce la tipologia di inquadramento in sede di proposta. Solo nel 26% dei casi viene offerto un inquadramento a tempo determinato. Una percentuale quasi equivalente del 20%, è rappresentata da stage e tirocini, a cui si affiancano proposte che si muovono a cavallo tra libera professione e collaborazioni occasionali. 

La retribuzione, continua Diego Maria Ierna, viene definita sulle competenze e delle esperienze. Purtroppo, però, ad influenzarla sono anche altri fattori, come ad esempio la regione, la missione e le dimensioni dell’ente.

A seguire, Francesco Tedeschi ci ha guidato tra la contrattualistica e gli inquadramenti professionali di chi si occupa di fundraising. Iniziamo con il principio di prevalenza: il numero di volontari, in linea generale, dev’essere sempre superiore a quello dei dipendenti. La presenza di professionisti è un’eccezione e dev’essere strettamente connessa al regolare funzionamento dell’organizzazione o deve avere come obiettivo l’ulteriore qualificazione dell’attività svolta. E quindi, il non profit che prova in tutti i modi a professionalizzarsi, deve comunque dare giustificazioni quando sceglie di assumere una figura professionale. 

E dopo aver visto la ratio che ci dev’essere dietro l’assunzione di una figura professionale, arriviamo al suo inquadramento: lavoratore autonomo o dipendente?

Francesco parte con un assunto: è difficile immaginare la figura del fundraiser schiacciata totalmente dal lavoro in una modalità gerarchica, perché la natura stessa del lavoro contiene una buona dose di autonomia e attitudine alla managerialità (…e qui in Fundraising Km Zero lo abbiamo sempre detto che i fundraiser sono dei “piccoli dirigenti”). Detto ciò, l’inquadramento in Partita Iva vede come Codice Ateco prevalente il 70.22.09 che definisce “altre attività di consulenza imprenditoriale e altra consulenza amministrativo-gestionale e pianificazione aziendale”, ma sono idonei anche gli altri codici che guardano ad attività consulenziale di tipo imprenditoriale, amministrativo e gestionale. 

Per quanto riguarda invece il rapporto di lavoro dipendente, la sfida si fa ancora più ardua. È difficile trovare una contrattualistica collettiva nazionale che preveda un inquadramento tale per cui il fundraiser sia adeguatamente valorizzato. Al momento, non vi è nessun contratto collettivo nazionale con specifiche legate alla figura del fundraiser che ne codifichi mansioni e compiti. L’unico che vi si avvicina è il contratto delle Organizzazioni Non Governative (ONG), che però lo definisce come una figura parasubordinata: una terza via che però non appare esaustiva e del tutto pertinente.

E dopo lo sforzo per chiarire come i fundraiser vadano inquadrati, ci troviamo di fronte a una nuova domanda: come e quanto retribuiamo i professionisti della raccolta fondi?

La risposta la fornisce la ricerca di EUconsult Italia condotta nel 2022, illustrata dalla presidente Silvia Superbi. Su 100 consulenti intervistati, i fundraiser rappresentano il 35% del campione, e su questi 100 abbiamo una leggera prevalenza di donne (56%).

I consulenti e le consulenti sono iper-qualificati: 4 su 5 hanno una laurea e un master, anni di esperienza, pubblicazioni accademiche, fanno ricerca e hanno ottenuto premi e riconoscimenti.

Eppure, oltre il 40% di loro dichiara di avere una retribuzione annuale lorda inferiore ai 28mila euro. I redditi più elevati appartengono agli uomini: solo 1 donna su 3 dichiara di guadagnare tra i 55mila e i 75mila euro, e il piccolo 2% che guadagna più di 75mila euro è composto da soli uomini.

Silvia Superbi ci descrive ancora che il tariffario viene modulato sulle dimensioni dell’ente, e non sulle competenze: la tariffa minima è inferiore o uguale ai 50€/h, la massima rimane uguale o inferiore ai 100€/h. Nel caso di contratti forfettari, la forbice si allarga muovendosi da un minimo di 500€ fino a un massimo di 3600€ al mese.

La presentazione di Michela Gaffo rimarca come ASSIF – Associazione Italiana Fundraiser, sin dal 2012 si è sempre schierata contro il pagamento a percentuale del lavoro del fundraiser. Michela Gaffo riporta che molte volte la figura del fundraiser viene confusa con quella del “procacciatore di affari”. Eppure, questo cozza con quello che viene insegnato in qualsiasi corso base di fundraising: fare il fundraiser riguarda le relazioni, le reti e la creazione di valore, che non può passare solo attraverso il denaro. A questo si aggiunge che gli uffici in start-up sono numerosi, e risulta quindi impensabile che una figura riesca a portare risultati economici nel brevissimo tempo.

Marco Chiesara ha sottolineato che molte volte, sembri quasi che le retribuzioni all’interno delle organizzazioni del Terzo Settore non abbiano diritto di esistere. Si sofferma sui nuovi limiti posti in essere dal Codice del Terzo Settore, in primo luogo il cosiddetto “salary cap”: la retribuzione non deve superare di oltre il 40% i minimi dei contratti collettivi nazionali, stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative, riferiti alle stesse qualifiche professionali, e codificando in maniera molto puntuale quali siano i pochi casi in cui si possa superare questo limite. Mettere un limite alla retribuzione possibile, frena lo sviluppo del settore, e non gli permette di trattenere quei talenti che molto spesso riesce ad attrarre. A questo si aggiunge l’ulteriore limite “1 a 8”, che prevede che la differenza retributiva lorda tra il lavoratore dipendente più pagato può essere al massimo otto volte superiore a quella del dipendente meno pagato.

Il Terzo Settore è popolato da un numero sempre crescente di professionisti e professioniste, sempre più qualificati, che rappresentano un tesoro inestimabile per la collettività. Inoltre, risulta innegabile come le complessità che riguardano il “fare del bene” stiano crescendo, rendendo sempre più necessaria la presenza di figure in grado di gestirle. La tendenza al “fai da te”, che per decenni ha caratterizzato le realtà non profit, non è una più una strada attuabile, anzi rischia di scontrarsi con i nuovi processi e metodologie di lavoro danneggiando la stessa organizzazione e chi la abita.

Questo incontro ci ha dimostrato come la tematica “lavoro” sia un punto focale, e stia a cuore a tutti coloro che hanno fatto una scelta legata al lavorare per le “buone cause”. Da un lato, le stesse associazioni di categoria ASSIF ed EUconsult Italia hanno rinnovato il loro impegno nell’approfondire la tematica e nel tutelare i professionisti.

Dall’altro lato ci sono altre realtà, come la stessa Job4Good ,che si impegnano a svolgere il ruolo da cartina tornasole restituendo in maniera oggettiva e tecnica quelli che sono gli andamenti del settore e suonando il campanello d’allarme laddove necessario.

Noi di Officine Buone Cause abbiamo messo il lavoro tra le nostre priorità, affinché sia sempre equamente retribuito, tutelato e permetta di crescere e continuare a formarsi.

Lavorare nel non profit vuol dire scegliere una professione e una carriera fondata sui medesimi diritti e doveri di qualsiasi lavoratore, in cui la forte componente etica non deve giustificare salari iniqui, l’assenza di tutela e la mancanza di crescita.

In fondo, non è anche questo ciò per cui ci battiamo tutti i giorni?

A cura di Isabella Lalli

 

RISPOSTA ALLE DOMANDE POSTE DURANTE L’INTERVENTO

Buongiorno, chi non ha una preparazione da fundraiser ma si è ritrovata a farne tutti i compiti perchè chi se ne occupava ha lasciato l’organizzazione, come può essere inquadrata?

Prima ancora di porti il problema dell’inquadramento, credo vada fatta chiarezza sul ruolo e sul percorso professionale e di carriera all’interno dell’organizzazione. Puoi “mettere una pezza” alla situazione per un periodo minimo, mentre l’ente trova un nuovo/a fundraiser, ma certo non sostituirlo/a non avendone le competenze. Altro conto è se hai interesse a percorrere questa strada professionale, e allora vanno concordati con l’ente percorsi formativi, step di carriera, mansioni e – alla fine – l’inquadramento corretto. (M. Gaffo, ASSIF)

Sappiamo bene che nelle piccole e medie realtà del Non Profit la buona volontà aiuta sempre a risolvere tanti problemi. Le tematiche e le professionalità che si esprimono in questo nostro Terzo Settore si trovano spesso ad essere figure flessibili e dotate di grandi capacità, questo permette spesso di tappare buchi, mancanze e necessità. Ed è proprio per questo che la nostra attività, come manager del Non profit e come rappresentanti di Associazioni come EUconsult Italia, è fortemente indirizzata allo sviluppo delle competenze e alla definizione di ruoli, responsabilità, oneri e onori (tra i quali inseriamo anche l’aspetto retributivo per comodità). La buona causa non basta più, occuparsi di una buona causa non significa adattarsi a fare tutto: un professionista è un professionista, ovvio che tutti noi crediamo nelle mission delle organizzazioni in cui lavoriamo e questo ci aiuta ad ottenere risultarti importanti. Ma un professionista deve formarsi, studiare, sviluppare competenze e capacità, essere riconosciuto nel suo ruolo. Il fundraiser ha una preparazione specifica che non può essere improvvisata ne provenire da un piccolo corso formativo. Pertanto, a mio avviso, solo un fundraiser può essere inquadrato da fundraiser. Chi invece si occupa della programmazione strategica e della “gestione progettuale di tutte le attività” (se questo era quello che intendeva chi ha posto la domanda), non può essere inquadrato come fundraiser ma dovrebbe essere inserito nel board direttivo o almeno come funzione di direzione esecutiva, poi se ha le competenze di cui parlavo sopra, potrà sostituire ad interim la figura del fundraiser.  (S. Superbi, Eu Consult Italia)

Sento che definite fundraiser in maniera generica anche coloro che escono da un corsetto di 2 o 3 giorni. E’ una provocazione voluta? Che cosa definisce un Fundraiser professionista o un consulente in Fundraising Professionista da uno o una improvvisata? Quali sono i percorsi minimi di formazione e specializzazione che bisogna fare per potersi definire almeno un po’ fundraiser? E’ corretto definire fundraiser sia un/una professionista che si è masterizzato a Forlì (o nel Master di Religious Fundraising), che opera da anni o decenni come fundraiser o consulente che si aggiorna ogni anno, partecipando al Festival, Certificazioni nazionali, con ASSIF debolissima su questo fronte, come si possono tutelare i professionisti veri da coloro che non lo sono? E come si possono tutelare le ONP ignare che credono di aver assunto un fundraiser o un consulente e invece s trovano davanti incapaci in buona fede, fino ad arrivare a lestofanti che causano ingenti danni a codeste organizzazioni? Gradirei che la domanda rimanesse anonima ma mi preme molto, quest’anno non mi sono iscritta volutamente ad ASSIF perchè non ci tutela.

Nessuno ha mai definito “fundraiser” chi esce da un corso di 2 giorni. Il fundraiser è un professionista che alla pari di altri ha alle spalle un percorso formativo e un’esperienza lavorativa, più o meno lunghi e consistenti a seconda della sua seniority.
Cosa certifica la bontà o meno di un professionista? La risposta è una, ed è: il mercato.
Non tutte le professionalità dispongono di ordini, con esami di stato o certificazioni, e in questi casi il posizionamento è dato dalla bontà del lavoro che ha fatto ed è in grado di fare, dalla solidità delle relazioni che ha costruito, dalla prova di preparazione che ha saputo dimostrare. 
Questo è vero per i fundraiser, così come per tante altre professionalità.
Come tutela ASSIF i suoi soci (e l’intera community dei fundraiser)? Innanzitutto facendo cultura del fundraising, presso i professionisti e presso le organizzazioni (che così saranno più preparate e in grado di selezionare persone valide), e poi contribuendo al networking fra fundraiser e al loro arricchimento formativo e relazionale, aumentandone l’appetibilità sul mercato. (M. Gaffo, ASSIF)

Sarebbe utile avere un focus dell’analisi fatta sui liberi professionisti suddivisa per età: quali tariffe dovrebbe avere un junior? Quali un Senior?


Purtroppo tale classificazione non esiste, era proprio una delle tematiche lanciate dall’intervento. I dati riportati indicano il minimo e massimo di tariffe orarie o forfettarie dichiarate da soli 100 intervistati, l’atro dato del reddito annuo era abbastanza triste se parliamo di professionalità riconosciuta: il 43% guadagna meno di 28.000 euro, ma anche questo è un dato parziale però perché potrebbe rivelare tariffe basse oppure poco lavoro. La situazione ancora è molto poco chiara. (S. Superbi, Eu Consult Italia)

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