Da qualche giorno, grazie alla segnalazione di Francesco Fortinguerra, in alcuni blog italiani sul fundraising (in particolare grazie al contributo di Elena Zanella e alla sana provocazione di Massimo Coen Cagli) e nei gruppi dedicati alla raccolta fondi di Linkedin e Facebook imperversa il dibattito sul dialogatore/piazzista/vu’ cumprà di buone cause, il simbolo del fundraising per il “cittadino medio” che neanche tanto di rado si trova a incrociarlo per strada.
A scopo di criticare, ironizzare e riflettere, condivido con te alcuni spunti per definire un’antropologia minima del dialogatore diretto. Ma perché, ti starai chiedendo? Perché da giovane e magari tuo coetaneo ho fatto le mie esperienze di dialogo diretto, sono stato fermato tante volte per strada con più o meno garbo e stile, ma soprattutto perché sento una forte acidità di stomaco quando penso alla condizione del dialogatore diretto-tipo: in due parole, giovane (e) squattrinato. E per questo, disposto a molto e facile preda di abili venditori di illusioni (alcune agenzie di marketing e certe grandi onp), che sono i primi responsabili della brutta immagine che si porta dietro il dialogatore.
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La popolazione cui appartiene il dialogatore/piazzista/vu’ cumprà di buone cause (da qui in poi “dialogatore diretto” o “dialogatore“) presenta alcune caratteristiche comuni con altissima frequenza. Il contributo di osservazioni e testimonianze dirette o indirette raccolte in ripetuti incontri con intere generazioni di dialogatori diretti consente ormai di stilare una lista dei tratti salienti di questa specie:
- il dialogatore diretto é giovane (tipicamente, tra i 20 e i 30 anni)
- il dialogatore diretto studia all’università, oppure é inoccupato, oppure é disoccupato
- il dialogatore diretto accetta il lavoro perché gli viene prospettato di mettere da parte soldi facili e divertendosi pure
- il dialogatore diretto viene affascinato dalla réclame di “guadagni interessanti, spostamenti in tutta Italia, lavoro di squadra, formazione continua e percorso di sviluppo personale”
- il dialogatore diretto spesso crede, con intelletto onesto e cuore pulito, nella possibilità di contribuire a cambiare il mondo
- il dialogatore diretto evidentemente spesso viene selezionato non perché ha le giuste caratteristiche personali, ma perché si presenta ai colloqui di gruppo. E basta.
- il dialogatore diretto sovente non viene istruito sulla causa che propone di sostenere. Una cartellina in mano letta un’ora prima può bastare
- il dialogatore diretto, quando viene informato sulla causa che propone di sostenere, solitamente conosce il progetto e il nome dell’ente che rappresenta, ma non conosce la mission, ignora gli altri suoi programmi, non ha mai toccato e forse mai toccherà con mano di cosa si tratta
- il dialogatore diretto impara da alcuni formatori che persuadere significa suscitare sensi di colpa e per questo usa ricorrere, con poca coscienza della gravità, a frasi del tipo: “Ma come, non le interessa salvare un bambino?” o “Ma non te ne frega niente dei piccoli di foca?“
- il dialogatore diretto sovente soffre la sindrome della “carne da cannone”: stai per strada o in aeroporto senza aver capito bene perché e per cosa, accetta di buon grado il poco che ti viene offerto, la responsabilità di riuscire o meno alla fine é solo tua, mica di altri
- il dialogatore diretto (e ancora di più la dialogatrice diretta) viene erudito sul fatto che essere ammiccanti e carini funziona anche più di essere preparati sulla causa
- il dialogatore diretto a fronte della formazione praticamente nulla di cui sopra, deve anche saper accettare periodi di prova non pagati
- il dialogatore diretto non per forza conosce le caratteristiche del settore non profit. E comunque nessuno si preoccupa di erudirlo.
- il dialogatore diretto perciò non coglie la differenza tra il suo lavoro e quello di un venditore di pentole o di cioccolatini (per altro mestieri rispettabilissimi – davvero)
- il dialogatore diretto non sa come vengono usate le donazioni raccolte (perché ignora i costi della raccolta fondi, al di là del grafico a torta che usualmente espone a chiusura della presentazione)
- il dialogatore diretto in alcuni casi, in ragione di tutte le cause di cui sopra, gira a vuoto nell’area assegnatali o resta fermo allo stand evitando di fermare chicchessia, generando un senso di tenerezza infinita.
- il dialogatore diretto vive pochi mesi. Poi muta in qualcos’altro
- il dialogatore diretto dopo che é mutato di solito parla male della propria esperienza
Si discostano dalla specie alcuni esemplari difficili da incontrare, dotati di qualità del tutto peculiari. Le rilevazioni statische infatti descrivono l’esistenza di una popolazione più cospicua:
- il dialogatore diretto preparato, convinto e coinvolgente, consapevole del proprio ruolo nel settore non profit, rispetto all’organizzazione che rappresenta e del progetto che propone
- il dialogatore diretto di professione, che é riuscito a costruire la propria carriera pluriennale nel face to face
- il dialogatore diretto sopra i 40 anni
- il dialogatore diretto che davvero conosce la squadra degli altri dialogatori diretti con cui condivide la giornata
Infine ci sono alcuni avvistamenti irrilevanti ai fini statistici ma meritevoli di attenzione:
- il dialogatore diretto che nella stessa giornata é stato avvistato ad una fiera veneta con addosso prima il pettorale di una grande onp e poi di un’altra
- il dialogatore diretto che manda a c****e il passante che all’ultimo cambia idea e non sottoscrive il RID
- il dialogatore diretto che rifiuta al potenziale donatore di aprire un RID per una quota mensile di valore inferiore a quella suggerita
- il dialogatore diretto che non sottoscrive nessun RID nè si preoccupa di farlo, ma alla fine si porta a casa (sua o dell’agenzia?) la ragazza che ha fermato un’ora prima
PS: ma non dimentichiamo che se il non profit italiano fosse coeso, capace di vera autocritica, improntato a una cultura del coinvolgimento, generoso e non timoroso di confrontarsi, capace di vera trasparenza sui conti, impegnato a fare cultura del fundraising e della filantropia, presente nelle istituzioni non per comodo ma per responsabilità sociale, forse fare il dialogatore diretto sarebbe un gran bel lavoro.
PPS: su questi schermi prossimamente: come impostare il dialogo diretto nella tua piccola o media organizzazione non profit, partendo dalle esperienze e testimonianze di chi lo ha già fatto, di chi ci ha provato e di chi lo sta facendo. Per rispondere alla domanda: si può fare dialogo diretto nelle piccole organizzazioni non profit? Condividi ora le tue impressioni!
